
In questo giugno che promette di essere rovente troveremo tanti romanzi sugli scaffali delle librerie. Infatti, nella mia estenuante ricerca di titoli da consigliarvi ho trovatro più narrativa che saggistica. Va bene cos’, ci si preparara alle letture delle vacanze!
Vediamole insieme!

Un manoscritto eretico. Un simbolo arcano. Un cadavere in un confessionale. Un enigma che sfida la fede e la ragione.
«Il principe del giallo all’italiana.» – la Repubblica
Aprile 1794. Durante una notte di tempesta che imperversa sulla Garfagnana, il maestro di cappella del duomo di San Pietro di Castelnuovo viene trovato morto all’interno di un confessionale: mani e piedi legati, la fronte segnata da un simbolo misterioso, il cranio aperto come un calice. A indagare sull’omicidio saranno Vitale Federici e il suo giovane discepolo, Bernardo della Vipera. Ma a tenerli impegnati non sarà soltanto la caccia all’assassino: nel duomo si sospetta, infatti, la presenza di un manoscritto eretico attribuito al poeta Ludovico Ariosto; mentre nei pressi di una rocca vicina si svolgono rituali oscuri che coinvolgono una loggia massonica alla quale sembrerebbe appartenere Elisabetta Caminer Turra, giornalista e tipografa dal fascino ambiguo. Tra fede, potere e passioni nascoste, ogni indizio conduce a nuove rivelazioni. E più si avvicineranno alla verità, più Vitale e Bernardo comprenderanno di dover svelare un mistero più pericoloso di quanto avessero immaginato.

Non sono in pochi a ritenere, come Manganelli, che Singer raggiunga la perfezione nella forma breve, e questo volume ne offre un’abbagliante conferma.
Difficilmente, infatti, potremo dimenticare i personaggi immensi che popolano la «gigantesca mitologia» da lui narrata nel suo yiddish natale, una lingua dotata di un’efficacia e di una freschezza che fanno pensare a quella dei cantastorie: Zlateh la Cosacca, l’ultima delle spose del terribile Ammazzamogli; gli struggenti «piccoli calzolai» che ricreeranno in America la gioia semplice dello shtetl; il giovane diavolo che si apposta nello specchio di una donna sposata e la seduce pur essendo «nero come la pece, lungo come una pertica, con orecchie d’asino, corna d’ariete, bocca di rana e barba di capro»; Maclat, figlia di Naamah, «la diavolessa che insegna ai giovani demoni le vie della corruzione»; e soprattutto lui, Gimpel, il candido, adorabile credulone che Jerome Charyn ha definito «un fratello comico dell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij».

Libro vincitore del National Book Award 2025 – Narrativa.
La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre) è un’opera indimenticabile, capace di raccontare l’orrore e il caos della realtà con una voce unica, compassionevole, ironica e spietata al tempo stesso. Un romanzo che diverte, ferisce e commuove, e che consacra Rabih Alameddine come una delle voci più originali della letteratura contemporanea.
«Pochi romanzieri sono abili come Rahib Alameddine nell’arte di fondere traumi profondi con umorismo irriverente. La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre) è un trionfo tragicomico». – Literary Hub
«Alameddine è uno scrittore con un’immaginazione sconfinata». – NPR
«Ci sono Beirut, il Libano ferito (non soltanto dalla guerra) e un viscerale rapporto con la madre e la famiglia nel nuovo romanzo di Rabih Alameddine.» – Marco Bruna, La Lettura
Raja ha poco più di sessant’anni e abita con la madre in un minuscolo appartamento a Beirut. I due non potrebbero essere più diversi: lui è un professore di filosofia immerso nei suoi libri, riservato sulla sua vita privata e amante della solitudine; lei, Zalfa, è una donna ancora molto forte, decisa e assai invadente, che pretende di conoscere tutto della vita del figlio. Un misterioso invito presso un’illustre fondazione americana, che desidera premiarlo per i suoi presunti successi letterari, scuote la routine di Raja. La borsa di studio offerta gli farebbe comodo e il soggiorno negli Stati Uniti gli darebbe l’opportunità di prendere le distanze dalla madre e da un paese che per tutta la sua vita è stato attraversato da conflitti e disastri. Ben presto, però, l’entusiasmo e l’ingenuità di Raja dovranno fare i conti con le vere ragioni di quell’invito, obbligandolo a rievocare e rivivere le vicende, gli incontri e i tradimenti che hanno segnato il suo passato.

L’arte della conversazione epistolare nella sua forma più alta e fascinosa.
«Una scelta delle lettere di Benedetto Croce, curata da Emanuele Cutinelli – Rendina, ne esalta la prosa sopraffina ma soprattutto l’umanità colma di affetti e passioni. La sua visione dell’esistenza poi, è radicale: “La vita bisogna prenderla semplicemente”.» – Emanuele Trevi, La Lettura
Costretto, nel 1942, ad abbandonare Napoli, Croce confessa a un amico che a tormentarlo, oltre all’assenza della sua biblioteca, sono le disastrose comunicazioni postali. Una sofferenza che si può comprendere solo se si tiene presente che nel corso della sua vita Croce ha intessuto una rete di stupefacente ampiezza, strumento indispensabile per costruire quella comunità intellettuale nella quale credeva caparbiamente. Ma le decine di migliaia di lettere che ha scritto non sono soltanto lo specchio di queste relazioni e della sua intransigente etica del lavoro: sono dono di sé, schegge di letteratura, concentrati trattati filosofici, e, sempre, esemplari di un’arte della conversazione epistolare dove Croce – che si rivolga a Labriola, a Borgese, a Laterza, a Cecchi, alla moglie Adele, a Einstein o a Togliatti – esercita duttilità espressiva ed efficacia comunicativa, dosando con sapienza fermezza e schiettezza (ciò che definiva «parlare senza complimenti»), sobrietà e affabilità. Un’affabilità che può tuttavia trasformarsi in micidiale strategia retorica: come quando, nel 1925, alle «contumelie tonitruanti» che gli giungevano dai giornali del «partito dominante», risponde ricordando che ad attaccarlo sono gli stessi che invocano da lui consigli e incoraggiamenti per i loro tentativi letterari: «in Italia ci conosciamo tutti, e quegli apparenti ingiuriatori, in fondo, mi vogliono bene».

Aprile 1937. Mentre in Spagna infuria la guerra civile, il marinaio mercantile Miguel Jordán Kyriazis viene inviato dalla fazione ribelle per colpire nell’ombra il traffico navale con cui l’Unione Sovietica rifornisce la Repubblica di armi e munizioni. Tra Istanbul e l’Egeo, agenti franchisti e repubblicani si inseguono in una guerra di informazioni, tra navi camuffate e rotte da decifrare, cercando di prevedere le mosse della Lupa, la mototorpediniera corsara dei ribelli. La base di Kyriazis è una piccola isola del mar Egeo, Gynaíka Koimisméni, «la donna addormentata», ex carcere ottomano oggi quasi deserta. Qui la vita del corsaro spagnolo si annoda in un torbido triangolo con quella dei proprietari, il barone Katelios e sua moglie Lena: una donna matura, ancora splendida, che cerca con fredda disperazione una via di fuga dal proprio destino. Con la consueta maestria, Arturo Pérez-Reverte racconta in L’isola della donna addormentata una storia di mare, guerra e passione, dove l’avventura corsara si accende di amore, tradimento e rimorso. Al centro, una figura femminile di quelle che non si dimenticano, fra le più intense e misteriose; intorno a lei, tra echi omerici, shakespeariani e conradiani, il Mediterraneo diventa il teatro estremo in cui ogni rotta conduce a una scelta: salvarsi o perdersi.

Tra l’Europa e l’America, il grande viaggiatore Jan Brokken firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale.
È sempre sulle orme dei grandi compositori, poeti e scrittori che Jan Brokken gira il mondo. E se non è lui a inseguire loro, sono loro a trovare lui. Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale. Dvořák l’aveva conosciuto in gioventù, durante un mese in Boemia su un’auto scassata: allora l’aveva ascoltato con Alena, appassionata di Beatles in cerca di una fuga oltre la Cortina di ferro. Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere. Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi. Testimonianze di una vita a inseguire la grande cultura europea e americana, da conoscere in prima persona: negli incontri con scrittori come Kadare, visto in carne e ossa in un bar di Tirana, o ammirando i capolavori di Matisse. Ma soprattutto, ascoltando con insaziabile curiosità le sinfonie del passato, magari cullato da un treno in corsa, perché «non c’è viaggio senza musica, almeno per me».

Roma, 1942. Nel cuore di un’estate spietata, la Città Eterna è un labirinto di ombre dove nessuno è chi dice di essere. Per la giovane e determinata Cordelia Olivieri, la sopravvivenza è un equilibrio precario: le sue radici ebraiche sono una condanna a morte sotto l’ombra delle leggi razziali di Mussolini. Quando il suo hotel viene requisito dalla Wehrmacht per farne il quartier generale delle operazioni di Rommel in Nord Africa, Cordelia si ritrova improvvisamente circondata dal nemico. A guidare il comando tedesco è il colonnello Schaeffer, un soldato d’onore dal fascino magnetico che sembra scorgere in lei molto più di una semplice ospite. Nel tentativo di mantenere segreta la sua identità e assicurarsi una via d’uscita dall’Italia, Cordelia stringe una pericolosa alleanza con l’esercito britannico. Trasformandosi in una spia silenziosa, inizia a utilizzare antichi passaggi segreti e tunnel dimenticati per infiltrarsi nel cuore del comando tedesco, consapevole che ogni passo falso potrebbe essere l’ultimo. Incalzata da figure sinistre pronte a tutto pur di smascherarla, Cordelia dovrà capire fino a che punto potrà spingersi per proteggere la sua identità e fuggire da Roma. In un’epoca in cui la lealtà si paga con il sangue, un amore impossibile diventa l’ultima forma di resistenza. Un romanzo storico mozzafiato fatto di tradimenti e coraggio, dove il desiderio sfida le leggi della guerra.

Leonardo è solo un ragazzo, ma ha già conosciuto la morte da vicino: dopo essere quasi annegato in un lago, perde sua madre Ortensia, morta nel tentativo di salvarlo. Segnati dal lutto, lui e il padre lasciano Roma per trasferirsi a Bassiano, all’interno della tetra Villa Conforti, una dimora affacciata sul cimitero. Qui Leonardo scopre che l’esperienza di premorte gli ha donato la capacità di vedere e ascoltare gli spiriti. Tra le stanze della villa e le tombe del camposanto incontra le anime dei suoi avi e di Irene, una bambina morta in circostanze misteriose. Aiutando i defunti a risolvere questioni irrisolte, Leo inizia ad accettare il proprio dolore e, in un viaggio tra orrore e memoria, il ragazzo affronterà i fantasmi del passato per salvare i vivi e trovare pace.

La vita di Lucia cambia all’improvviso quando la sua famiglia decide di trasferirsi nella casa della bisnonna. Una delle decisioni familiari per lei incomprensibili e irragionevoli, come la regola che vieta a tutte le donne della discendenza di possedere oggetti con la punta. Lucia trasgredisce per la prima volta il divieto tenendo con sé una spilla trovata sul fondo di un cassetto della bisnonna. Da quel momento, però, iniziano a capitare eventi oscuri. I misteri si fanno sempre più frequenti e spaventosi, tanto che Lucia inizia a intuire un legame tra la spilla e la storia dei suoi antenati. Indagando le sue radici, la ragazza viene a sapere che tutti i maschi della famiglia sono morti in modo violento: trafitti o infilzati. E sua mamma ora è incinta di un maschio. Con l’aiuto di Egle, l’anziana vicina di casa, Lucia scoprirà l’esistenza di una maledizione di cui tutta la sua discendenza è vittima.

«Vent’anni da incubo. Di inferno vero. Di solitudine. Il dolore mi si è appiccicato addosso come un tatuaggio, è diventato parte di me, della mia vita, del mio modo di pensare. Si è impadronito dei miei respiri, di ogni mio battito cardiaco. Ha ossidato i miei sogni, le mie aspirazioni, ogni mia ambizione. Ogni cosa della mia vita è stata mutilata da questo demone interno che nessuno è stato in grado di vedere per anni e, infine, quando lo hanno visto e gli hanno dato un nome, salvandomi, il prezzo che avevo già pagato era troppo alto.»
Nel mondo ha la stessa incidenza del diabete, eppure quasi nessuno sa cosa sia. Perché è considerata una ‘malattia femminile’ e, ancor peggio, una malattia legata al tabù del sesso e del ciclo. Stiamo parlando dell’endometriosi. In Italia riguarda più di 3 milioni di donne, una su dieci in età fertile. Chi ne è affetta vede spesso sconvolta la propria esistenza, trasfigurata in un calvario di dolore, infertilità, isolamento, difficoltà lavorative. E dire che i sintomi sono evidenti. Basti pensare che circa il 60% delle adolescenti che stanno a casa da scuola per il dolore mestruale ha già una endometriosi misconosciuta, che verrà diagnosticata troppo tardi. Così, il 40% delle donne affette finisce per piegare la propria vita alla malattia: rinuncia agli studi per via di un dolore persistente che ottunde la mente; sceglie lavori demansionati; si ritrae dalle relazioni. Una spirale a cui si sommano infertilità e sterilità, l’amarezza di dover rinunciare a una gravidanza desiderata. Tutte conseguenze evitabili con una diagnosi precoce. Marcello Ceccaroni, ginecologo, oncologo e chirurgo che ha dedicato gran parte della sua vita alla salute delle donne, inventando anche un metodo mini-invasivo di chirurgia dell’endometriosi emulato in tutto il mondo, ci accompagna in un ‘viaggio all’inferno’ che sgombra il campo da ogni stigma, pregiudizio e luogo comune, per raccontare, prevenire, curare una patologia che infierisce su corpo e anima delle donne, mortificandole nelle sfere relazionali, affettive, lavorative e sessuali, ma di cui è colpevole e si ammala anche un’intera società.

Con una scrittura affilata e ipnotica, Piergiorgio Pulixi costruisce il suo vero romanzo di culto: un thriller psicologico impeccabile, dove l’orrore non si vede, perché si insinua lentamente fino a diventare inevitabile. Non conoscete davvero Piergiorgio Pulixi se non avete letto L’appuntamento.
Lei arriva puntuale, con addosso un’eleganza costruita e un debito che la soffoca. Lui si fa attendere. Quando finalmente si siede al tavolo, nulla è come previsto. Non cerca sesso, non cerca compagnia: cerca potere. Da quel momento ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio diventa parte di un gioco crudele in cui le regole le stabilisce solo uno dei due. In un ristorante raffinato, tra calici di buon vino e musica jazz, prende forma un confronto invisibile agli altri, ma devastante per chi lo vive. Non c’è violenza evidente, eppure tutto è violenza. Non c’è via d’uscita, solo decisioni sempre più difficili, e umilianti. La conversazione si trasforma in un duello serratissimo. Più l’uomo scava nei segreti della donna, più si rivela per quello che è davvero: un manipolatore capace di tutto. Intrappolata in una rete di domande scabrose, minacce velate, prove psicologiche, ricatti più o meno sottili, la donna scoprirà che il libero arbitrio è solo un’illusione. Può scegliere, ma non può sottrarsi alle conseguenze di quelle scelte. Come in Le Dieu du carnage di Yasmina Reza, dove sotto la superficie delle buone maniere si cela una ferocia profonda, fatta di parole, di sguardi e verità che lacerano, anche in queste pagine ciò che si consuma non è il corpo, ma l’identità. Non potrebbe essere altrimenti nel tempo in cui i gesti diventano informazioni, le scelte dati interpretabili, le fragilità punti d’accesso. E proprio come in un sistema invisibile che osserva, registra e rielabora, anche qui ogni dettaglio viene catturato, analizzato, accumulato.

Rozzi, sporchi, brutali, invasori. Parole tenacemente aggrappate all’immaginario collettivo che, nel Medioevo come oggi, dicono una cosa sola: stranieri. Con una narrazione originale, che unisce il passo avvincente del racconto e il rigore del saggio, Barbaricus mostra l’altra faccia della storia, ossia le migrazioni dei popoli e i loro intrecci, osservati dalla parte “dell’altro”. Dietro l’etichetta stantia di “età dell’oscurantismo”, il Medioevo si rivela un periodo straordinariamente vivace, in cui differenti culture si osservano, dialogano, si scontrano, faticano a comprendersi e tuttavia finiscono per fondersi in un risultato complesso e fecondo. Le genti un tempo chiamate “barbare” mostrano creatività e risorse formidabili, generano nuove forme di convivenza e di sapere, e si rivelano spesso animate dalle stesse dinamiche, ansie e reticenze che ancora oggi segnano il nostro rapporto con l’altro. È proprio quest’ultimo il motore del viaggio proposto da Jennifer Radulovic, che evoca panorami storici caleidoscopici e guida il lettore attraverso secoli di migrazioni, guerre, alleanze e contaminazioni, alla scoperta di popoli e di personaggi fuori del comune. Tra Goti e Longobardi, Vichinghi, Crociati, Templari e Mongoli scorrono le vite di Costantino, del Barbarossa, di Gengis Khan e di molti altri, protagonisti di un’epoca che, tutt’altro che “buia”, fu il laboratorio di un’Europa nuova, attraversata da inquietudini e speranze che ancora ci appartengono. Con il rigore storico e la passione divulgativa che la contraddistingue, Radulovic smonta cliché e pregiudizi, restituendo un volto umano e molteplice alla Storia. Tra cronache e aneddoti, con ironia e forza narrativa, Barbaricus ci invita ad assumere il punto di vista dell’altro e a riflettere sulle analogie tra passato e presente: perché la storia dei “barbari” parla ancora di noi, delle nostre paure e della possibilità di riconoscersi nell’incontro con il diverso.

Herman Melville (1819-1891) diceva di ammirare coloro che avevano il coraggio di discendere nelle profondità abissali della creazione letteraria e del pensiero. In questo libro si trova Melville a 360 gradi: i problemi e misteri della sua forte personalità ma anche il fatto della coesistenza, nella sua narrativa, di romanzi sconcertanti, romanzi freschi e capolavori senza tempo come il suo Moby Dick. Iannaccone racconta la vita, gli abissi di pensiero e le opere del grande visionario di New York, ricorrendo a un’imponente e complessa documentazione, in parte inedita.

In questo romanzo luminoso, e al tempo stesso gravido di ombre, Marie Charrel intreccia voci lontane, suggestive, ipnotiche, per raccontare una storia di donne che, anche senza volerlo, si tramandano il coraggio, il dolore e la speranza. Una storia che mostra come il passato trovi sempre la strada per farsi ascoltare.
Alla morte della madre Ester, Sarah riceve una bizzarra eredità: le chiavi di una casa fatiscente in un remoto villaggio albanese e un biglietto scritto a mano: «Vai laggiù. Trova Elora.» Nonostante non abbia mai sentito quel nome, e non sappia niente del paese d’origine di Ester, Sarah decide di lasciare il suo lavoro da ricercatrice in Islanda e di imbarcarsi in un viaggio di quattromila chilometri sperando di comprendere meglio una donna che le è sempre sembrata inafferrabile. Ma all’arrivo sull’altopiano che la madre le aveva indicato, Sarah non trova quasi nulla, a parte la bellezza aspra di un luogo fuori dal tempo. L’abitazione e poco più di un rudere, Elora è morta da anni. Eppure, la traccia di quella ragazza indomabile – la “figlia del fuoco” la chiamavano – sembra bruciare ancora sotto la cenere che custodisce la memoria del villaggio. Quando l’Albania era schiacciata dalla dittatura e dalle leggi non scritte della vendetta di sangue, Elora scelse di crescere libera, camminando scalza tra le rocce e lasciandosi guidare solo dalla forza del desiderio e dalle parole della poesia. Ma ogni scelta segna il destino, e quello di Elora si snoderà lungo tre generazioni fino ad arrivare a Sarah.

Esplorando le infinite possibilità che il racconto offre, Michele Mari sa di poter sorprendere – oltre i suoi lettori – prima di tutto se stesso.
Una collezione di fantasmi, sogni, superstizioni e chimere letterarie: da sempre Michele Mari distilla nella forma breve l’essenza stessa della sua poetica. Benvenuti a Sferopoli. Ogni ossessione è già stata catalogata, qualsiasi mito o superstizione trova conferma, i sogni sono moneta corrente, la letteratura è l’unica divinità. Il visitatore che dopo aver percorso la Strada Provinciale 921 si perde in queste lande dovrà armarsi di coraggio, mettere in sonno la ragione e accettare il fascino sinuoso dell’ignoto. Perché si sprigiona da queste pagine una cartografia del possibile, in cui smarrirsi è forse l’unico modo per salvarsi.

Tra amori ed epidemie, incendi e guerre, cadute e rinascite, sono queste cinque generazioni di donne a vivere sulla propria pelle la grande e la piccola storia. Loro ad accogliere le paure, le aspettative, i desideri più profondi di una sterminata e variopinta umanità, in una meravigliosa saga che profuma del valore assoluto e autentico della bellezza.
«L’epopea di un capolavoro straordinario». – La Vanguardia
A certi sogni non basta essere sognati. Vanno difesi a ogni costo, custoditi come la più preziosa delle gemme, e tramandati quando chi li ha ideati non c’è più. Con la loro dedizione silenziosa e una forza a lungo sminuita, cinque generazioni di donne coraggiose diventano le depositarie dei segreti della più visionaria opera della contemporaneità, la Sagrada Familia, e del suo genio creatore, Antoni Gaudí. Dalla piccola Anna, che si aggira tra le fondamenta del tempio a portare il pranzo a suo padre, a Mercé, che diventerà maestra nella scuola voluta da Gaudí per dare un futuro ai figli degli operai; da Maria, che ricerca per sé una nuova strada mentre il mondo sprofonda nella violenza, ad Anna Maria, guida turistica dei giorni nostri, un filo rosso tutto femminile avvolge i sogni di una delle più ambiziose costruzioni della modernità, erede delle grandi cattedrali medievali e custode delle speranze di milioni di persone.

Alternando asciutto resoconto cronachistico ad ariose narrazioni di imprese leggendarie e di aneddoti curiosi, con l’Historia Langobardorum Paolo Diacono si fa custode della memoria del suo popolo dall’età mitica fino al regno di Liutprando, la figura che incarna la summa dei valori etici e politici di un passato glorioso anche se non privo di ombre, spazzato via dalla conquista dei Franchi di Carlo Magno ma degno di essere consegnato ai posteri (e ai nuovi dominatori) per l’edificazione di un luminoso futuro. Tra battaglie cruente e fiere inimicizie, portentose apparizioni e drammatiche calamità naturali, sulla scena della Storia dei Longobardi si agitano non solo condottieri e re, ma anche papi e usurpatori, santi ed eremiti, servi fedeli e semplici soldati, donne appassionate e pie regine: una galleria di personaggi che garantirà all’opera di Paolo una straordinaria fortuna e plasmerà l’immaginario collettivo sull’Alto Medioevo e sul popolo “dalle lunghe barbe” nei secoli a venire.

L’olio profumato si diffondeva nei templi come una presenza invisibile, ungeva i corpi delle regine e dei re, addolciva la pelle dei vivi e preparava quella dei morti. Tra le note persistenti di quella fragranza millenaria possiamo ascoltare l’eco di un mondo scomparso. C’era una volta, tra le stanze di un palazzo miceneo, una tavoletta d’argilla diversa dalle altre: i segni incisi in lineare B custodivano i segreti di un profumo antichissimo. Poche parole e nessuna istruzione: olio da bollire, coriandolo, cipero, rosa, salvia, miele, vino. Da queste liste scarne prende avvio un viaggio travolgente che ci conduce nei palazzi di Cnosso e Pilo, tra archivi e laboratori dove il profumo era materia preziosa, rituale quotidiano, segno di potere e di bellezza. Tracce minime che parlano di artigiani, scribi, reti commerciali mediterranee, pratiche religiose e cura del corpo, restituendo l’immagine di una società raffinata: i micenei producevano olii e aromi con grande maestria e competenza sensoriale. Entreremo così nel cuore di una delle più antiche industrie del profumo, in un intreccio di dati archeologici e scambi con l’Egitto, Cipro e le culture del Mediterraneo orientale. Fino a spingerci oltre, a dare nuova vita a tracce antiche per ricreare i profumi scomparsi, restituendo odore e corpo a un sapere di migliaia di anni fa.

Per chi in ogni epoca abbia aspirato ad una posizione di potere Ercole ha simboleggiato l’eroe coraggioso che supera ostacoli immani per diffondere e proteggere l’ordine e la civiltà senza oltrepassarne le «colonne»: il mito, suo e delle sue imprese, si è trasmesso, forte e continuo nel tempo, da una cultura all’altra. All’interno del cosmo costituito dal bacino mediterraneo déi e miti hanno viaggiato, sulla scia del culto riservato loro e secondo le diverse tradizioni orali, e si sono talvolta trasfigurati. È così che Ercole presenta una singolare comunanza di aspetti con l’Eracle greco, celebre per le sue Fatiche, e con il Melqart fenicio, mentori dell’antichità intera. Rintracciando un itinerario tra i più suggestivi, il volume ripercorre le tappe che l’eroe/dio fenicio compirà da Tiro, toccando Cartagine, per giungere alle «porte della sera», alle mitiche Colonne termine del mondo. Mercante ed esploratore, poi colonizzatore e portatore di civiltà, Eracle/Melqart giungerà in Spagna, a Cadice. Di qui, compiendo l’intero periplo del Mare d’Occidente, passerà ai Pirenei e le Alpi, fino all’Italia, all’Aventino e a Crotone. Sui suoi passi si spingerà Annibale, compiendo nel segno di un simbolo condiviso da tutta la cultura antica, il sanguinoso pellegrinaggio della guerra con Roma.

Fin dal loro primo affiorare nell’VIII secolo a.C., Iliade e Odissea hanno esercitato un’incessante influenza sulla nostra tradizione letteraria e culturale. Ancora oggi affascina la domanda su come i due poemi abbiano raggiunto lo stadio da noi osservabile, un insieme coeso di storie con ben identificabili protagonisti. Il volume offre una guida aggiornata per rispondere a questo e ad altri interrogativi, restituendo i temi e le forme dell’epica omerica a partire dai contesti di produzione. I saggi affrontano il rapporto dei poemi con il mondo miceneo e il Vicino Oriente, ne indagano la trasmissione, la lingua, il metro e lo stile, analizzano le forme del combattimento, l’etica eroica, le figure femminili, i riti e la religione. Muovendo poi dalla cosiddetta “questione omerica”, l’ultima sezione esplora le nuove vie della ricerca – come il contributo delle scienze cognitive –, con uno sguardo finale sulla fortuna di Omero nella Grecia contemporanea.

Ogni anno, la responsabile del campeggio, Kate, distribuisce un opuscolo intitolato “Come sopravvivere alla tua esperienza in campeggio”. Al suo interno si trova un elenco di regole per aiutare i campeggiatori a trascorrere un’esperienza piacevole e, si spera, a sopravvivere a eventuali incontri con gli… altri… abitanti del campeggio.
Con la terra che si sta trasformando in un luogo antico, non sono più solo i campeggiatori a essere in pericolo. Kate è la chiave per l’ascensione e ogni entità inumana le dà la caccia. Tutte le creature inferiori cercano di ucciderla, dal mostro dell’amaca agli orsetti gommosi. Kate non è disposta a cedere la sua terra senza combattere. Se queste creature la braccheranno, lei a sua volta le braccherà ed estirperà dalla sua terra tutto ciò che non può coesistere con l’umanità. Con l’aiuto dei suoi alleati, sia umani che inumani, sembra che Kate possa effettivamente avere una possibilità di controllare la sua terra. Ma la terra antica attrae cose antiche, e la città ha una brutta storia con le creature antiche.
Una nuova entità è giunta al campeggio, portando con sé un vecchio rancore verso uno degli abitanti. I suoi piani malvagi metteranno a rischio l’intero territorio, a meno che Kate non riesca a fermarlo.

Le Riforme, sia quella protestante sia la Controriforma cattolica, sono state per lungo tempo raccontate come storie di uomini. Ma le donne furono fondamentali nelle trasformazioni in materia di fede che ebbero luogo in Europa, e non solo. Le loro azioni e le loro idee plasmarono il cristianesimo e influenzarono le società di tutto il mondo. Merry Wiesner-Hanks esplora la storia delle donne e delle Riforme, presentando personaggi ben noti come Teresa d’Ávila, Elisabetta i e Anna Hutchinson, ma anche figure femminili meno note. Lungo il percorso, incontriamo convertite in Giappone, suore spagnole nelle Filippine e sante in Etiopia e in America. Le esperienze di monarche, madri, migranti, martiri, mistiche e missionarie rivelano che la storia delle Riforme non è più semplicemente europea, e che le donne vi hanno svolto un ruolo cruciale.

Un libro con illustrazioni per addentrarti nell’incredibile mondo degli alberi. Gli alberi si trovano ovunque, dalle frondose foreste tropicali fino ai paesaggi più aridi. Hanno popolato e continuano a popolare la Terra da milioni di anni, crescendo in forme, dimensioni e colori sorprendenti. Ma quanto ne sappiamo, realmente, su di loro? Questo libro ti invita a scoprire le specie più affascinanti del pianeta: alberi giganti che arrivano a toccare il cielo, esemplari dalle forme bizzarre che sfidano l’immaginazione e altri dotati di capacità straordinarie. Scoprine la storia, l’importanza negli ecosistemi e lo stretto rapporto con l’essere umano nel corso del tempo. Un viaggio illustrato nelle foreste e nei boschi più spettacolari, pieno di curiosità e dati sorprendenti, che ti farà vedere gli alberi con occhi nuovi.

Seduzione, medicina e superstizione si intrecciano in questa indagine storica sui processi alle streghe: fenomeni che i trattati medici medievali spiegavano come alterazioni degli spiriti vitali o degli umori vennero progressivamente inquadrati dall’Inquisizione come “maleficia ad amorem”, incantesimi capaci di piegare la volontà tramite la seduzione femminile. Attraverso fonti processuali, libri segreti e testi medici, il volume ricostruisce la criminalizzazione di erbe, spezie e profumi considerati prove: dalla nota mandragora associata alla fertilità per la sua forma, all’insospettabile violetta che confonde i sensi, dall’afrodisiaco zafferano al “sacro” vino speziato, ai fiori carnosi del melograno. Dietro alle accuse contro Caterina, Antonia, Dolfina e molte altre donne sospettate di sedurre e dominare gli uomini “che vengono più stregati” si nascondono invece richieste d’aiuto, saperi informali e pratiche terapeutiche, a cui il libro restituisce voce attraverso la riscoperta del patrimonio culturale femminile a lungo oscurato.

Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti disvela la compassione nella barbarie, l’incontro nello scontro, l’esodo nell’invasione e, infine, la speranza nella tragedia. Racconta l’incontro tra due popoli che sulla carta dovevano sottomettere e soccombere, e che infine hanno imparato a conoscersi, trovando in ciascuno un riflesso dell’altro. E ci mostra che è possibile superare ciò che sembra insuperabile, sopravvivere allo sconvolgimento del proprio mondo, perdere ogni cosa e ricominciare. È possibile perché non lo ha fatto qualche eroe immaginario, lo hanno fatto i nostri anziani, continuando a cercare la vita dove sembrava essere rimasta solo cenere.
«Scappa, Serafina.» È con queste parole che l’anziano Geremia, in un pomeriggio caldo di sole, mi mette in allarme. Ma ancora non posso immaginare che questa terra sta per mutare volto e temperamento, forse per sempre. Nella Zona libera della Carnia, finora, la guerra è stata una tempesta distante, che ha strappato gli uomini dai nostri paesi ma non ha ancora lacerato del tutto gli animi. Quello in arrivo è però un vento nuovo e spaventoso, che soffia da Est e porta sconvolgimenti. E da oltre il grande fiume giungono infine carovane di cavalieri delle steppe, con copricapi di pelliccia e lunghe spade ricurve, che entrano nelle nostre case prendendone possesso. La nostra terra è la loro terra promessa, questa non è un’invasione ma un insediamento. Io, che da sempre abito un luogo di confine, chiamata a custodire i respiri e a evocarli; io, che da sempre ho in me il cuore delle donne che mi hanno preceduto e il soffio della donna che voglio essere; io vivo con sgomento questi giorni fatti di fuochi da campo accesi sulle assi dei pavimenti lustri, di animali riparati nelle cucine, di saccheggi e violenze. Ma vedo anche la meraviglia dei cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone. Io, che sono ombra, non posso più stare al liminare: devo farmi luce, in questa lunga notte, per trovare l’alba.»

Dopo La primogenita, nato dal passaparola dei lettori, Sonia Milan torna con un romanzo in cui le straordinarie vicende di due sorelle si intrecciano a personaggi realmente esistiti e ai grandi avvenimenti della storia internazionale. Un romanzo di grandi amori e rinascite improvvise, di legami più forti di tutto e di scelte che sembrano impossibili.
«I romanzi di Sonia Milan sono capaci di tenere incollati alla pagina.» – Carlotta Sanzogni, Cosmopolitan
«Le protagoniste di Sonia Milan non si dimenticano facilmente.» – Fulvia degl’Innocenti, Famiglia Cristiana
Parigi, anni Venti. Estelle e Olympia sono sorelle, ma non potrebbero essere più diverse: dolce e sempre aperta agli altri la prima, ribelle e controcorrente la seconda. Eppure è stata proprio Olympia a crescere Estelle da quando, ancora bambine, hanno perso la madre. Un giorno, Estelle si innamora del giovane aspirante scrittore Paul. Olympia è felice per lei, ma sente crescere il peso di un segreto che non è mai riuscita a confessare. Poi il destino le separa, e quel senso di colpa diventa incolmabile. A Olympia non resta che il primo romanzo inedito scritto da Paul. Così decide di fare tutto il possibile per pubblicarlo. Lo deve a lui. E lo deve a Estelle. Solo allora capisce che la vita le mette di fronte una nuova sfida. Parte per la Spagna sconvolta dalla guerra civile e, in quello scenario tragico, cerca di dimenticare. Decenni dopo, a Roma, Caterina è una giovane giornalista insoddisfatta del proprio lavoro. Quando scopre per caso la storia di un romanzo misterioso, ne rimane affascinata. Potrebbe trattarsi di un plagio: il libro è stato pubblicato da due autori diversi, a Parigi e a New York, in epoche lontane tra loro. Ma le sue ricerche rivelano ben altro. Dietro quel romanzo si nasconde una grande storia d’amore. E si cela l’ultimo gesto di devozione di una donna per la sorella amata. Caterina comprende che non si può proteggere qualcuno per sempre, ma lo si può amare senza tempo. Perché, in un modo o nell’altro, il destino finisce sempre per chiudere il cerchio. E forse è arrivato anche per lei il momento di scrivere il proprio.

Jean-Christophe Grangé consegna al suo pubblico una storia torbida che prende vita nei luoghi oscuri di una Parigi che non dorme mai. Ogni segreto ha un prezzo, ma non sempre a pagarlo è il vero colpevole.
«Un Grangé allo stato puro. Ma in meglio. Un successo all’altezza del suo soggetto.» – Le Parisien
«Il male assoluto ha trovato la sua casa. E noi, definitivamente, il maestro indiscusso delle nostre notti insonni.» – Ici Paris
«L’inferno è un mondo a sé, e Grange è il suo Virgilio. che conduce il lettore con la punta della matita nel cuore delle tenebre» – Lire
Parigi, giugno 1982. Daniel Ségur è un quarantenne segnato da un passato doloroso che preferisce dimenticare. Medico stimato, conosce i suoi pazienti per nome e si preoccupa del loro benessere anche fuori dallo studio. Quando Federico Garzón, diciottenne dal fascino inquieto, scompare nel nulla, Ségur decide di cercarlo. Ma, giunto all’appartamento del ragazzo, circondato da un cordone di poliziotti, si trova davanti a una scena terrificante: il corpo giace sul pavimento, brutalmente smembrato, con la bocca riempita di una strana sostanza nera e carbonizzata. Sconvolto, Daniel fugge. Ma quando un altro suo paziente subisce la stessa sorte e la polizia inizia a indagare su di lui, capisce di dover dimostrare la propria innocenza. E l’unico modo per farlo è trovare il colpevole prima che colpisca ancora. Guidato dall’enigmatica Heidi, Ségur si addentra in una Parigi notturna di luci rosse e promesse brillanti, ammaliatrice e oscura. Tra locali in penombra e desideri proibiti, precipiterà in un labirinto di segreti e ossessioni, rischiando di smarrirsi per sempre in un mondo di affascinante perdizione.

Il secondo volume della saga Le ville sul Lago di Como è un romanzo d’amore e redenzione, dove il cuore, più della sorte, decide chi siamo destinati ad amare.
Lago di Como, 1849. Per il marchese Filippo Arconati Visconti l’amore è una bugia, un lusso che un nobile travolto dai debiti non può più permettersi. Discendente di un’illustre famiglia dedita alla causa risorgimentale, Filippo è costretto a un amaro compromesso: il suo titolo in cambio della dote di Barbara Monti, figlia di un facoltoso industriale e futura sposa di Villa Balbianello. Ma il destino muove sotterraneo le sue fila, come un mazzo di tarocchi che a poco a poco disvela gli arcani. In Francia Patrizia Von Alten, la donna che Filippo ha umiliato e abbandonato, trama vendetta. E sua cugina Clémence de Reiset – affascinante, talentuosa pianista allieva di Chopin – accetta di entrare nel gioco: sedurre Filippo, distruggerne il matrimonio e diventare ricca, libera così di portare la musica fuori dai salotti nobiliari e dalle rigide imposizioni paterne. Quando Clémence arriva sul lago, però, l’inganno si fa labile. Tra concerti notturni, lettere rubate e giardini sospesi sull’acqua, la diffidenza vacilla e un’attrazione autentica si insinua nelle loro anime ribelli. E mentre Filippo cerca un riscatto lontano dalle aspettative politiche, Clémence scopre che Barbara, la sua rivale, è il fantasma di un passato che ferisce ancora. Sotto la luce argentea della luna, in un’estate in cui niente è come sembra, ogni maschera si sgretola e il lago, inquieto e silenzioso, accoglie segreti inconfessabili. La sposa di Villa Balbianello è un romanzo d’amore e redenzione, dove il cuore, più della sorte, traccia la rotta della nostra vita.

In una tranquilla cittadina del Mississippi, il silenzio della biblioteca è solitamente interrotto solo dal fruscio delle pagine e dalle fusa di Charlie, l’imponente gatto Maine Coon che accompagna ovunque il bibliotecario Charlie Harris. Ma quando Lucinda Beckwith, una facoltosa e anziana residente, decide di donare la sua preziosa collezione di libri rari alla biblioteca, la pace viene infranta. Lucinda è convinta che qualcuno stia cercando di ucciderla per mettere le mani sulla sua eredità, e purtroppo i suoi timori si rivelano fondati. Tra manoscritti antichi e rivalità familiari mai sopite, Charlie Harris dovrà setacciare indizi sepolti tra scaffali e segreti di provincia. Con l’aiuto del suo fiuto per i libri (e dell’istinto infallibile del suo felino), Charlie si ritroverà a risolvere un caso dove il silenzio è l’arma più pericolosa.

Fai una bevanda con scaglie della tua pelle: servirà a far innamorare di te la donna amata. Ricorda di aggiungere del sale benedetto al pane: ti libererà dai demoni. Prendi una mela e scrivici sopra currens discurrit cursur: ti guarirà dalla costipazione. Sono solo alcuni esempi delle tantissime pratiche che per secoli hanno associato alimentazione e magia. Risalendo il corso del tempo, questo libro ti coinvolgerà in una vera e propria indagine di storia dell’alimentazione straordinaria.
Il cibo è l’espressione formidabile della cultura di un’epoca, oltre a essere un mezzo di sostentamento. Per molti secoli, farina e latte, erbe, carni e umori sono stati usati per invocare il sovrannaturale, penetrare l’occulto, compiere miracoli. Sulla base di un’ampia gamma di fonti storiche, come testi penitenziali, letteratura pastorale, agiografie, collezioni di incantesimi e rimedi medici e trattati di teologia, Andrea Maraschi getta luce sulle fluide barriere tra quotidiano e meraviglioso, come solo un oggetto di studio tanto universale e trasversale – il cibo, appunto – può permettere. Il centro dell’analisi è l’Occidente altomedievale ma con un più ampio sguardo all’intero Mediterraneo. Il libro consente non solo di conoscere aspetti meno noti della storia e della cultura riguardante molti alimenti, ma anche di approfondire il concetto di ‘magia’ nell’Alto Medioevo come realtà presente, quotidiana e in profonda continuità con la pratica medica e quella religiosa.

Con rapide e vigorose pennellate, McMurtry ci racconta i fatti salienti della vita di Custer e ne ricostruisce il contesto storico, ricordando la contesa delle Black Hills, gli altri generali impegnati nella lotta contro gli indiani, e soprattutto gli indiani stessi, dai capi come Toro Seduto, il cui sogno fu determinante per l’esito della battaglia, agli scout che, pur sapendo di andare incontro a morte certa, non abbandonarono il generale e morirono insieme a lui. La parabola di un uomo troppo sicuro di sé diventa l’occasione per tratteggiare un nuovo, grandioso affresco dell’Ovest in tutti i suoi aspetti, compresi quelli piú ambigui.
25 giugno 1876: la clamorosa sconfitta sul Little Bighorn sembra aver concesso a George Armstrong Custer fama imperitura. Ma chi era il generale? Perché ignorò i consigli di tutti? E davvero andò incontro alla morte con il sorriso? In questa breve biografia, che forma un dittico ideale con Cavallo Pazzo, Larry McMurtry ci offre un vivido ritratto di questo paradossale personaggio e si interroga sul significato storico della battaglia. Di fatto, sulle rive del Little Bighorn giunse a compimento la grande narrazione della conquista dell’Ovest. All’accademia militare di West Point, George Armstrong Custer si diplomò trentaquattresimo su trentaquattro, ma con perfetto tempismo. Appena uscito, si trovò catapultato nella guerra civile americana, quattro anni di mattanze che sancirono la sua fortuna. Tuttavia, nonostante la sua partecipazione a numerose battaglie importanti, non sarebbe mai entrato nella storia se il 25 giugno 1876 non avesse dato prova di tremenda arroganza, ignorato tutti gli avvertimenti e condotto al massacro cinque compagnie del 7o Reggimento Cavalleria. A differenza delle poche notizie certe che abbiamo su Cavallo Pazzo, che forse sul Little Bighorn bloccò la ritirata del generale verso nord, la documentazione su Custer è cosí vasta da essersi meritata il nome di «custerologia». Lo stesso Larry McMurtry ci confessa di aver posseduto, a un certo punto, una collezione custerologica di piú di mille reperti. Da questa vasta biblioteca attinge con sapienza per tracciare un ritratto del generale degno di un grande romanziere. Poco empatico ma molto legato alla famiglia e agli animali, odiato dai suoi sottoposti, Custer seppe scegliersi una moglie volitiva, Libbie, che rimasta vedova avrebbe difeso pubblicamente la sua memoria per altri cinquant’anni.

Da Jan Potocki a H.G. Wells, passando per Hoffman, Balzac, Gogol’, Poe, Dickens, Stevenson, James e tanti altri, in questa imperdibile antologia Italo Calvino ha raccolto e commentato ventisei tra i più bei racconti fantastici del XIX secolo. Vicende macabre e grottesche, ghost stories, leggende esotiche, visioni soprannaturali che tuttora ci incantano.

Francoforte, 1800. Una scia di misteriosi ed efferati omicidi sta gettando la città nel panico. Si tratta di giovani donne, trovate senza vita in una pozza di sangue. A occuparsi delle autopsie viene chiamato il dottor Pontus, che condivide con la figlia Manon la stessa sinistra passione per l’anatomia. Contro la società che la vorrebbe sottomessa e sposata, la ragazza si trova molto più a suo agio fra misteri e cadaveri e così, mentre la polizia brancola nel buio, decide di mettersi sulle tracce del vero assassino. Ad aiutarla in questa macabra investigazione c’è Johann, giovane e ambizioso cronista, costretto a lottare contro un editore senza scrupoli, più propenso a trovare qualcuno da sbattere in prima pagina che a scoprire la verità. Sembrerebbe, infatti, che un uomo sia stato arrestato ma per Manon e Johann non è quello giusto… In passato, un altro pericoloso assassino aveva ucciso in modo simile a quanto sta accadendo adesso. Era conosciuto come l’Anguilla, per il collo deturpato da squame di pesce, ma era stato giustiziato anni prima. Quale mano, allora, sta spargendo sangue per le strade di Francoforte? Un’indagine cruenta e avvincente agli albori della medicina legale, calata in un’atmosfera che sembra emergere dai più bei romanzi gotici di Mary Shelley.

Evar e Livira hanno sfidato le regole della biblioteca, quel labirinto che custodisce ogni parola mai scritta, e dove il tempo stesso può essere piegato. Le loro strade però stanno per separarsi. Evar è costretto a fuggire dalla biblioteca, messo alle strette da un nemico implacabile. Livira è intrappolata tra storie e realtà, alla ricerca di un libro che potrebbe riportarla a casa. Ma nelle profondità della biblioteca qualcosa si sta risvegliando. Due secoli prima, il sogno di libertà del giovane schiavo Hellet e di sua sorella Celcha si è trasformato in una tragedia. E le conseguenze, inasprite dal tempo, stanno influenzando una guerra silenziosa e antichissima, rischiando di portare la biblioteca al collasso. Con il mondo a un passo dal crollo, i protagonisti saranno costretti a prendere posizione, chiamati a fronteggiare una scelta impossibile: preservare la conoscenza o distruggerla per sempre.

La donna che sfidò il suo tempo per salvare un poeta e conquistare sé stessa Ugo Foscolo la chiama “donna gentile”: l’unica capace di comprendere la sua inquietudine e il tormento che alimenta i suoi versi. Ma Quirina Mocenni Magiotti non è soltanto l’amante del poeta. È una donna intrappolata in un matrimonio di convenienza, soffocata da una società che le nega studio, viaggi, indipendenza. L’arrivo di Foscolo a Firenze sconvolge il suo destino: l’amore diventa rivelazione, scoperta di sé, possibilità di un’esistenza diversa. Quando il poeta è costretto all’esilio – prima a Milano, poi in Inghilterra – la loro storia sembra spezzarsi. A Londra, tra debiti e malattia, Foscolo muore lontano da tutto. Ma per Quirina la fine coincide con un nuovo inizio. Decide di recuperare e pubblicare le opere lasciate incompiute, in particolare i versi delle Grazie, trasformando un sentimento privato in una missione pubblica. Tra Firenze e Londra, tra il 1803 e il 1847, si snoda così un romanzo storico intenso e documentato che intreccia amore, politica e letteratura, incrociando figure come Silvio Pellico e Giuseppe Mazzini.

Storico di fama mondiale, Emilio Gentile svela in questo libro la segreta compagna di vita, rivale della sua attività di storico: la vocazione artistica. In un intreccio di frammenti autobiografici che vanno dal dopoguerra ai disordini del presente, l’autore espone idee ed esempi di una immaginazione creativa che non ha mai presentato al grande pubblico. Ne emerge il dialogo – insieme simbiotico e conflittuale – tra due vocazioni antagoniste, che illuminano in modo inedito il percorso intellettuale di uno dei maggiori studiosi del nostro tempo.
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